Parlare e saper ascoltare del Fratello A. F. C. S all’Oriente di Lecce

Quello che il neofita apprende, o meglio intuisce, è che il primo gradino iniziatico della Massoneria è costruttivo, è cioè teso alla costruzione del Tempio Interiore.
Per potervi riuscire è, però, necessario compiere dapprima l’azione opposta, e cioè la distruzione dei dogmi profani che regolamentano l’agire ed il pensare, o meglio il non pensare, dell’uomo.
Per comprendere la motivazione ed indirizzare la forza demolitrice nella giusta direzione è necessario innanzi tutto che l’iniziato si interroghi su cosa vuol dire “distaccarsi dal mondo profano”, da quelle strutture materiali e, soprattutto, mentali che costringono l’agire umano del profano, ancorché divenuto neofita, e di cui lo stesso, percorrendo la via iniziatica, si libera.
In tal senso si potrebbe affermare che il silenzio costituisce la fase preparatoria che il massone compie, e vive, prima di riuscire a visualizzare (dall’oscurità della caverna interiore che costituisce idealmente il suo punto di osservazione) il barlume di luce di cui ha iniziato la ricerca.
Occorre, in sintesi, dapprima focalizzare da dove si viene e di poi, dopo essersene distaccati, cimentarsi nella ricerca del cammino che porta alla conoscenza.
Occorre, ancora, imparare ad ascoltare, prima di iniziare a parlare.
L’iniziato che si incammina verso la verità, a poco a poco ripugna le apparenze che lo hanno immobilizzato nel mondo materiale, dal quale egli proviene e dal quale anela di separarsi.
In tal senso, la “Luce” che cerchiamo non è quella distribuita dal sole, bensì è la Luce della conoscenza, si potrebbe anche dire: la Luce della verità.
Il percorso ideale che del neofita non è, dunque, quello fatto della accensione in successione, stanza dopo stanza, delle varie luci fino ad arrivare alla fonte della “Luce”, ma piuttosto è quello di togliere progressivamente i veli che oscurano la “Luce” che è già presente in lui: in altre parole il percorso è costituito dal “rivelare” ciò che già esiste ma che è oscurato e coperto dai numerosi drappi che il mondo profano gli ha posto davanti.
Per permettere alla mente di aprirsi a nuove conoscenze, e dunque alla “luce” della conoscenza, bisogna preliminarmente aprire la via alla trasformazione interiore, caratterizzata dalla presa di coscienza della propria condizione.
Solo in tal modo potremo essere in grado di non sbarrare la strada alla verità, ed alle nuove conoscenze, che sono già pronte a rivelarsi.
L’uomo profano può fare ben poco di sua spontanea volontà e gli avvenimenti che compongono la sua vita, più che essere da lui voluti e compiuti, sono invece fatti che accadono e che il profano subisce, illudendosi per pigrizia o peggio per superbia, che essi siano l’effetto della sua volontà.
Chi compie il cammino iniziatico, al contrario, deve cercare di aumentare il suo potere sulla mente, sul pensiero, sulla attenzione.
Il profano ha un “modus” di pensare che è meccanico e quindi Egli non è cosciente e padrone del suo pensiero.
Essere consci oppure, simbolicamente, essere “svegli” richiede un notevole dispendio di energia al punto tale che l’energia mentale, nella misura in cui normalmente ne disponiamo, non ci permette dì essere svegli e attenti molto a lungo.
D’altro canto è logico dedurre che lo stato di veglia, se trascorso in piena coscienza, richiederebbe uno sforzo troppo arduo per la mente del profano, e dunque è legittima l’ipotesi che la normale attività mentale in cui l’uomo si impegna sia quella di “pensare senza scopo”, proprio perché essa è quella che richiede il minimo di energia.
In buona sostanza la nostra coscienza, il nostro “sentire” (inteso come percezione della realtà che ci circonda) si trova quasi perennemente in questo stato di carenza, di limbo incosciente, di tenebra, da cui l’iniziato cerca di affrancarsi cercando la luce da dentro quell’antro oscuro che altro non è che la coscienza di sé.
Platone ha spiegato tale condizione immaginando e teorizzando il mito della caverna, senza dilungarmi sulla teoria che ne deriva mi limiterò a sintetizzare ciò che da esso ho potuto trarre per lo scopo di questa mia riflessione, e ne trarrò la sintesi individuando il punto di partenza immaginato dal filosofo, e cioè: la caverna per l’uomo (nel nostro caso si intenderà per il profano) costituisce il mondo, le ombre proiettate rappresentano la realtà, la conoscenza ed il mito.
L’iniziato, il profano risvegliato dal torpore terreno, conosce solo la caverna in cui ha mosso i suoi primi passi, e riconosce la lampada dalla luce fioca e tenue che serve appena a rischiarare l’aria ma che non riesce a tenere lontane le tenebre.
La fine, o meglio il confine, del mondo profano è rappresentato da ciò che quella luce fioca permette di intravedere.
Questo primo barlume di luce, il primo strumento a disposizione dell’iniziato, è di fondamentale importanza poiché essa rappresenta per l’appunto l’”inizio”, o meglio lo “stato iniziale”, o meglio ancora: il “silenzio al suo stato iniziale” quello cioè esteriore.
II Silenzio al suo stadio iniziale potrà essere descritto come quello che consente all’iniziato di avere coscienza dello stato in cui si trova, e delle modifiche che avvengono in esso.
Si potrebbe dire che tale condizione è il primo passo per giungere alla coscienza di se, e solo dopo aver preso coscienza della propria condizione il neofita potrà fissare il proprio pensiero e riuscire a sentire il silenzio senza sforzo.
Giunti a questo stadio il silenzio non è più solo esteriore ma è anche interiore, l’iniziato perde a poco a poco la percezione della materialità del corpo fino a non percepirlo più e la mente è finalmente libera di ascoltare ciò che la coscienza interiore gli trasmette.
Si potrebbe profanamente dire che l’”IO COSCIENTE” riesca a sentire finalmente il subconscio, senza filtri e senza veli.
La caratteristica fondamentale del Silenzio Iniziatico è l’essere consci di ciò che si è anche quando il pensiero è fermo; riuscire a mantenere lo stato di coscienza durante la veglia, essere cioè consci quando stiamo pensando, come se si verificasse un corto circuito del pensiero, il che è possibile quando la sensazione del subconscio giunge libera e diretta all’attenzione della mente, senza filtri, senza rumore, senza inutili sforzi per mantenere l’attenzione.
Sarà necessario, per giungere a tale stato di coscienza, lavorare affinché il corpo non sia avvertito più come un peso, al fine di non compiere sforzi superflui di coscienza e riuscire, quindi, a fermare il pensiero rimanendo in uno stato di coscienza vigile.
Ottenere tale forma di Silenzio interiore non è affatto semplice, poiché il pensare ed il parlare sono fra i modi più semplici e meccanici della espressione dell’uomo.
Sono gli atti che più frequentemente e abitudinariamente compiamo; il Silenzio, invece, è una difficile forma di digiuno della mente.
Se l’iniziato riesce a comprendere tutto questo e persegue la regola del Silenzio, compirà l’esercizio necessario per essere cosciente e per sviluppare la propria volontà; poiché solo l’uomo capace di mantenere il Silenzio interiore potrà ambire ad essere padrone di sé stesso.
Per ricevere dalla propria coscienza l’intuizione o lo stimolo ad agire, si dovrà eliminare ciò che potrebbe impedirne il cammino sino alla sfera della coscienza, sino all’”IO”, ed è soprattutto per questo fine che il Silenzio interiore è necessario ed anzi indispensabile per “iniziare” il cammino verso la Luce.
Chiarito il fine, che è costituito dal raggiungimento del Silenzio Interiore, sarà opportuno per il neofita adottare il metodo che sia più adeguato per perseguirlo.
Nel mondo profano il mantenere l’attenzione ferma e paziente dinanzi al susseguirsi convulso dei pensieri, aiuta la concentrazione.
L’iniziato cercherà di subliminare tale condizione, e di mantenerla finché la mente sarà stanca della sua attività irrequieta e consenta, una volta raggiunta la percezione del silenzio esteriore, di sentire quello interiore.
Silenzio, dunque, inteso come cessazione del rumore, del suono, di ogni attività dispersiva, ma anche Silenzio come presenza di qualcosa che non è possibile definire, se non tautologicamente, affermando che durante il Silenzio si svolge qualcosa che è per l’appunto l’avverarsi di esso.
Il manifestarsi, il rivelarsi del silenzio, dunque, costituisce la realizzazione del silenzio stesso.
Ed è anche in questa ottica che possiamo considerare il verificarsi del Silenzio:
il Silenzio come ascolto, come intervallo fra due suoni o due parole, una pausa, insomma, come momento creativo, di coscienza e di trasformazione.
La trasformazione intesa come rinascita da “profano” ad “iniziato” potrà, a sua volta, essere ottenuta solo grazie alla perseveranza nel Lavoro e nella Virtù ed, in ogni caso, nella piena consapevolezza che mai in alcun modo la “verità”, oggetto e scopo della ricerca strenua ed incessante del massone, potrà essere rivelata per mano di altri.
E tanto perché la verità è già dentro di noi, e solo noi potremo giungere ad Essa, o meglio permettere ad Essa di raggiungerci, attraverso la ricerca, il lavoro, il metodo, ..il silenzio.
L’uso della parola, senza il preventivo raggiungimento di quello stato di Grazia costituito dal silenzio e dall’ascolto di esso, non può essere il traguardo del neofita. Esso è al contrario, il suo più grande avversario.
Come abbiamo sentito in altre occasioni, la parola fa inciampare. Potrebbe condurre il neofita all’illusione di aver raggiunto l’obiettivo della sua ricerca, ma se non abbiamo saputo ascoltare il nostro dire sarà foriero di sventure. Alcune volute, ed è il caso del Maestro che ha scelto la via oscura (della negazione della verità) altre non volute, figlie cioè dell’ignoranza.
Chi è ignorante non sa, per definizione.
Chi è ignorante e parla cagiona danni e conseguenze negative permanenti in chi ascolta, in particolar modo all’apprendista desideroso di Verità.
In una sola frase potremmo condensare questa riflessione, non il titolo della stessa “parlare e saper ascoltare” bensì “Parlare (nel senso di trasferire) è saper ascoltare”.
Cari Fratelli, tutti dall’apprendista al compagno ed al maestro, dobbiamo tener presente che il meglio di noi è tutto in quell’attimo prezioso in cui la nostra ricerca personale, che è desiderio di essere prima che di conoscere, ci da lo spunto per diventare Maestri.
Per il bene dell’Umanità ed alla gloria del Grande Architetto dell’Universo.
Lecce 10.06.2009